Circa dieci anni fa, Rosalia Maresca ha elaborato una tesi che merita ogni più ampia attenzione perché testimonia quanto antichi e profondi siano i rapporti che legano Sorrento ed i Russi. Tra i molti spunti degni di interesse, spicca anche quello che offre uno spaccato su Scedrin, non solo nei panni di celebre pittore, ma anche come artefice di un particolarissimo epistolario.
Circa dieci anni fa – durante l’ anno accademico 1996 – 1997 – la sorrentina Rosalia Maresca si è brillantemente laureata discutendo una tesi di laurea in lingua e letteratura russa sul tema “DALL’OTTOCENTO AI GIORNI NOSTRI... РОССИЯ, ‘TORNA A SURRIENTO’”.
Il suo lavoro, oltre ad avere una valenza squisitamente culturale, con il passare degli anni si è rivelato precursore dei tempi. Ed oggi, mentre nella Villa Fazzoletti di Sorrento è aperta la mostra intitolata “Luce d’ Italia ” (esposizione di quadri dipinti da Silvestr Scedrin e da pittori russi a lui contemporanei), acquisisce nuovi ed ulteriori motivi di interesse, rivelandosi meritevole di ogni attenzione.
Di fatto, il lavoro della giovane sorrentina, si concentra su tutte le espressioni artistiche che hanno caratterizzato l’ attività dei russi a Sorrento.
Per questo, oltre che agli artisti le cui opere sono esposte proprio a Sorrento, Rosalia Maresca si è concentrata anche su scrittori e letterati della fama di Batjuškov; Orlov; Vladimir Jakovlev; Jakovlev; Dmitrij Merežkovskij; Lev Tolstoj; ed ancora a personaggi di cultura come Maksim Gor’kij; Vladimir Lidin; Vladislav Chodasevič; Anastasija Cvetaeva; Isaak Babel’.
Immancabili, inoltre sono stati i riferimenti ai soggiorni di alcuni esponenti della famiglia degli Zar.
Ed a riprova della profondità delle ricerche effettuate, Rosalia Maresca ha “scoperto” un aspetto sicuramente particolare di Scedrin: quello che lo ha visto protagonista di un interessantissimo epistolario che lo rivela
Un lavoro pregevole, quello di Rosalia Maresca, che offre uno spaccato unico, sui motivi di interesse dei russi in Italia ed in particolare dei Russi verso Sorrento.
Proprio grazie a questo studio, infatti, è possibile attingere notizie preziose sulla produzione artistica e letteraria, degli artisti che hanno soggiornato – più o meno a lungo – a Sorrento.
Proprio grazie all’ attualità conquistata grazie alla mostra ospitata a Villa Fiorentino, un lavoro così scrupolosamente condotto meriterebbe di avere piena e completa divulgazione anche mediante una pubblicazione che non si limiti ad affrontare aspetti contingenti, ma che testimoni in maniera tangibile, l’ “antichità” e la profondità dei rapporti italo-russi o, ancora di più quelli tra la Russia e Sorrento.
Su questi argomenti, Rosalia Maresca ha scritto: “Dopo il 1806 Sorrento è investita, come tutta la costiera dalla grande attività riformatrice del Decennio e il terzo ritorno dei Borboni nel 1815 la trova, insieme con gli altri centri, prospera come non lo era stata da secoli e avviata a conquistarsi quella fama turistica che ancora oggi conserva. In tale realtà matura un interesse crescente per la bellezza dei suoi luoghi, tanto che dipinti di paesaggi sorrentini non sono da attribuire, nell’ambito russo naturalmente, solo a Ščedrin, ma anche ad altri.
Negli anni in cui il pittore lavorava in Italia, a Pietroburgo si costituì una scuola di vedutisti, guidata da Fedor Vorob’ev, esponente del romanticismo accademico. Sia Vorob’ev che i suoi allievi, Grigorij e Nikanor Černecov e, più tardi, Ivan Ajvazovskij, non mancarono l’esperienza italiana e diedero il loro apporto all’arte dell’ “Italia russa”. Ma essi vennero in Italia solo come viaggiatori e non fecero propria la tradizione ščedriniana. Nelle loro tele un attento spettatore troverà la congiunzione tra le loro scelte stilistiche e le tradizioni del vedutismo italiano.
Negli anni 1840, alle orecchie dei “pensionati” risuonavano anche rimproveri quali: “impigriti fino alla morte, sotto il caldo cielo, nell’atmosfera artistica d’Italia”. Per esempio, i tentativi di Ajvazovskij o di Aleksej Bogoliubov, di dipingere il paesaggio italiano secondo i punti di vista fissati da Sil’vestr Ščedrin, si rivelarono infruttuosi.
A completare le presenze, nella prima metà del secolo della colonia artistica russa (di cui a Napoli e a Sorrento, fatta eccezione per Ščedrin, non resta alcuna traccia), ricordiamo M. I. Lèbedev, morto anch’egli a Sorrento, a 25 anni, il 19 giugno 1837.
Egli, come altri, nel 1833 ricevette la “grande medaglia d’oro” e soggiornò a Sorrento, dove morì durante un epidemia di colera e fu seppellito in una fossa comune. Delle sue opere restano vedute di Pompei, Castellammare e Torre del Greco.
Nella sua produzione si coglie un intenso ed autonomo spirito poetico che nasce dall’osservazione diretta, “en plein air”, dei motivi paesaggistici. A distinguerlo è la semplicità, la cordialità, un sottile lirismo e il coraggio dell’innovazione stilistica nelle sue opere.
Ci sono inoltre le marine di Ajvazovskij; lavorò sulle rive del golfo napoletano nell’estate del 1841, incantato dall’opera di Ščedrin decise di ritrarre il Golfo di Napoli e la penisola sorrentina secondo lo spirito del grande predecessore, ma fu un’ esperienza che lo stesso artista considerò poco felice. A differenza di Ščedrin, che aveva come sua regola costante di non terminare mai un paesaggio nel chiuso di uno studio, Ajvazovskij non dipingeva mai dal vero.
Egli studiava a lungo il luogo prescelto per un quadro, durante i suoi vagabondaggi “en plein air” ed eseguiva qualche schizzo a matita. Solo più tardi, qualche volta dopo un lungo periodo, incominciava a dipingere nel suo studio, basandosi quasi sempre sulle impressioni e non preoccupandosi dell’esattezza fotografica. Così, anche se le sue opere sono straordinariamente belle, non corrispondono realisticamente alla natura dei luoghi che dipinge. Seppe cogliere però le sfumature di colore del mare, del cielo, dei monti e della luce del sole discreto del mattino o di quello folgorante del pomeriggio o infine infuocato del tramonto.
Presto però il pittore decise di cambiare metodo e seguire l’esempio del “maestro sorrentino”; si allontana quindi dall’interno di uno studio per spostarsi in riva al mare... Ma, ritornato in patria, distrugge tutti i suoi lavori che aveva eseguito in Italia, per cui anche quelli su Sorrento, per i rimproveri della critica pietroburghese. Quei critici, che già prima gli avevano rimproverato il fatto che le rappresentazioni di particolari scorci paesaggistici non erano individuati nella loro realtà, adesso trovarono che egli aveva semplicemente esagerato “nell’usare colori completamente fantastici perché troppo vivaci”.
Nel nostro viaggio della pittura russa dell’Ottocento tra i dipinti sorrentini, troviamo ancora qualche quadro che porta la firma di Anton Ivanovič Ivanov (1818-1864). Il pittore di paesaggi urbani, subì l’influenza dei fratelli Černecov e fu tra i rappresentanti della nascente tradizione realistica nell’arte russa. Nel 1845 riceve il titolo di artista presso l’Accademia di Belle Arti di Pietroburgo. Nel 1846 partì con i Černecov per l’Italia e, malgrado un ordine dello zar del 1848 che gli imponeva il rientro, vi rimase fino alla morte.
Il suo dipinto Sorrento del 1856, dopo due anni prese parte alla mostra allestita all’Accademia di Belle Arti.
È una tela stupenda; in primo piano le donne alle prese con i lavori di un tempo e il cane, le galline col gallo, testimoniano la tranquillità di un orto domestico dove il verde della rigogliosa natura sorrentina risalta su uno sfondo di sfumature cromatiche.
Nei dipinti di pittori arrivati a Sorrento, con i loro diversi motivi, sia folkloristici, sia architettonici, sia vedutistici, è viva l’attenta loro osservazione per tutte quelle caratteristiche che costituivano il fascino dell’Italia agli occhi dei nordici, come la natura risplendente o la gente vestita con abiti chiari e festosi, insoliti per un russo.
Accanto ai nomi dei pittori russi sopra citati, dobbiamo menzionare per la sua fama, Aleksandr Ivanov. Egli, come mette in rilievo l’ Alpatov in Aleksandr Ivanov, era riuscito a cogliere il sorriso della natura nella calda atmosfera e nelle tinte abbaglianti del Golfo di Napoli.
Sil’vestr Ščedrin e Aleksandr Ivanov furono proprio le due figure più caratteristiche della prima metà del XIX secolo; il primo per l’ampia messe di paesaggi italiani e il secondo, invece, per l’attaccamento che ebbe per la sua “seconda patria”.
Con gli anni Cinquanta del XIX secolo, non si esauriscono i contatti degli artisti russi con l’Italia. L’istituto delle “pensioni” per viaggi di studio, sostenuto dall’Accademia dell’Arte, si conservò e fu anzi ampliati grazie all’attiva collaborazione della Società di Incoraggiamento delle Arti.
Accanto a figure maggiori quali Ščedrin o Ivanov, deve essere posto anche Nikolaj Nikolaevič Ge (di origine francese, Gay; 1831-1894).
L’Italia gli aveva fatto questa impressione: era un paese vivo e non un museo! Lo aveva capito quando a Napoli e a Sorrento si dedicò al paesaggio, riproducendone particolari coloristici che in un certo senso poterono ricordare ai contemporanei quelli che erano stati i paesaggi del romantico Ščedrin.
Il suo periodo paesaggistico non durò a lungo, ma dagli schizzi di Napoli e Sorrento e ammirando, per esempio, il suo dipinto Veduta di Sorrento, viene fuori tutta la sua arte immersa in quel “romanticismo realistico” che lo avvicinò alla scuola di Barbizon.
Il dipinto, anche se accenni a tratti ščedriniani, “i muri di pietra delle case, la barca, il pescatore, le rocce, le acque azzurrine,” Ge appartiene ad una nuova generazione che, arrivando in questo paese, riporta le impressioni conformi al proprio tempo.
Ogni volta vi era una differente interpretazione nell’arte dei pittori russi, che andava in tal modo ad arricchire la tavolozza e la gamma dei temi e dei soggetti.
Il periodo che va dal 1885 al 1905 è caratterizzato dall’affluenza nella Terra delle Sirene dei membri della colonia russa allora esistente a Firenze ed a Roma. Arrivano, dopo esperienze d’arte in Crimea, due pittori di origine italiana, Lev Feliksovič Lagorio e A. Rizzoni.
Il Lagorio fu tra i più importanti maestri del paesaggio realistico russo ed era figlio di un napoletano console a Feodosija. Dopo aver conseguito la “grande medaglia d’oro”, dal 1854 al 1860 soggiornò in Italia, lavorando anche a Sorrento.
Artisti importanti arrivarono a Sorrento o a Capri nello stesso periodo e, anche se erano tra i migliori rappresentanti del ceto intellettuale ed artistico russo, non potevano creare quello che si chiama “colonia” nel vero senso della parola; venivano, trascorrevano qui qualche settimana, o anche qualche mese, e poi andavano altrove. Sarebbe per cui inutile o quasi impossibile, cercare loro tracce. Ma una traccia, una testimonianza profonda e sicura la troviamo invece nell’arte e nella letteratura russa del periodo corrispondente.
Così, per esempio, in molte collezioni artistiche private russe, come anche nelle più grandi pinacoteche pubbliche di San Pietroburgo e di Mosca, si può trovare una gran quantità di quadri consacrati alle bellezze naturali, alla vita quotidiana o agli usi e costumi pittoreschi della popolazione locale. In un certo senso, un’idea di tale patrimonio, ora in Russia, qui a Sorrento, l’abbiamo avuto quando il Comune offrì alla cittadinanza La veduta italiana nella pittura russa dell’Ottocento tenutasi per quattro mesi, presso il Museo Correale, nell’ormai lontano 1993”.
La tesi di Rosalia Maresca è stata discussa con il Professore Gianernesto Dall’ Aglio, come relatore e con la Professoressa Nicoletta Misler come correlatrice.
Fabrizio Guastafierro
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