Per lei il tempo si è fermato. E’ anche inutile fare i conti, rintracciare date, elencare ricordi, memorizzare spettacoli, pensando di scoprire qualcosa di sconosciuto, perché Carla Fracci non ha mai negato la sua età, gli inizi, le difficoltà, le rinunce, i sacrifici, testimoniati ed evidenti in cataste di articoli, pubblicazioni, libri, recensioni, documenti, fotografie, programmi di sala, che raccontano i suoi successi in tutto il mondo. La più importante, significativa e famosa prima ballerina ilaliana ha fatto sprecare fiumi d’inchiostro, è stata osannata e ammirata, diventata, per la sua durata sulla scena, un caso assolutamente unico, che ha trasformato una minuta ragazzina lombarda, che non aveva neanche poi doti tanto speciali, in una grande ballerina che, in virtù di una volontà di ferro, di un talento naturale speciale e di una qualità interpretativa fuori del comune, ce l'ha fatta.
Carla Fracci, saltando sulle punte, provando a volare, con la leggerezza di una farfalla, combinata ad una solidità caratteriale non comune, ha attraversato il secolo scorso, diventando una personalità internazionale. Ha incontrato, conosciuto, frequentato i personaggi più significativi del Novecento. Volendo elencarne qualcuno: Charlie Chaplin e Federico Fellini, ha ispirato poesie a Eugenio Montale, è stata ritratta da Renato Guttuso e Mario Donizetti e scolpita da Mario Messina, è stata amica di Eduardo che, nel 1978, 1'ha voluta accanto a lui come “Filumena” danzante, nel grande omaggio, a lui dedicato, al Teatro Tenda di Roma, frequenta Margherita Hack e Rita Levi Montalcini, lavora con Franco Zeffirelli, Maurice Bejart e Roland Petit, come se non bastasse, è stata insignita di tutte le onorificenze della Repubblica italiana: Cavaliere, Commendatore e Grand’Ufficiale della Repubblica. In cinquant’anni di carriera, i titoli dei giornali di tutto il mondo, a lei dedicati, si sono sbizzarriti come per nessuno: cominciò il Thames, che era ancora minorenne, con “ The last Giselle was the best”, negli anni in cui era guest artist dell’American Ballet Theatre, Clive Burnes sul New York Times la definì “la Duse della danza”, fu paragonata a Sarah Bernhard per “Fall rever legend", e poi, a seguire, altri giornalisti e critici di danza del mondo continuarono con “Carissima”, “Madonna della danza”, “Miracolosa Carla”, “Mostro sacro”, “Le ali ai piedi”, “ Leggendaria Carla” e così via. E’ la danzatrice, al mondo, che ha ballato il più gran numero di balletti, circa cinquecento titoli, che sommano quelli del grande repertorio classico (Giselle, Lago dei cigni, Bella addormentata, Schiaccianoci, Romeo e Giulietta, Cenerentola...) al numero più alto di creazioni a lei ispirate, in gran parte scritte e dirette dal regista Beppe Menegatti, suo marito, (Splendori e miserie, Sogno romantico, Nijnsky, Cocteau Opium, Isadora, Zelda, La muta di Portici, Ifigenia, Fedra, Coco Chanel, Eleonora Duse....Souvenir di Giulietta, Filumena Marturano). Impossibile raccontare la sua storia, che ho vissuto da vicino, da quarantacinque anni, nel segno di un’amicizia fortissima, anche se vanno elencati alcuni tra i suoi grandi partner che, dopo il prediletto Erik Brhun, (con il quale, dice Carla, ho formato l'altra coppia, in antitesi a quella di Margot Fonteyn e Rudolf Nureyev), sono stati: Rudolf Nureyev, Vladimir Vassiliev, Paolo Bortoluzzi, Michael Barjschinikov, Gheorghe Iancu, Paul Chalmer, Patrik Dupond, eccetera.
Ballerine si nasce o si diventa?
Il mio non fu proprio un bell’esordio. Fui quasi scartata. A distanza di anni di lavoro, di danza appunto, sono sicura che ci debba essere qualcosa di innato che conduca a fare la ballerina. La danza è una carriera misteriosa, che rappresenta un mondo imprevedibile ed imprendibile. Le qualità necessarie sono tante. Non basta soltanto il talento, è necessario affiancare alla grande vocazione, la tenacia, la determinazione, la disciplina, la costanza..
Quale fu per te il momento iniziale determinante?
L’incontro con Anton Dolin, che mi scelse per un evento storico, I’interpretazione con: Alicia Markova, Yvette Chauvirè e Margaret Scranne, le tre più importanti ballerine del momento, del “ Grand Pas de quattre” a Nervi. Avevo solo diciotto anni!
In tanti anni di carriera, che cosa è stato realmente difficile?
Praticamente tutto, anche se mi considero fortunata per la carriera che ho avuto. E’ stato difficile resistere, lottare, affrontare i momenti bui, andare oltre....E’ stato fondamentale Beppe, che non mi è mai venuto meno perché non è stato soltanto il marito ma il compagno, l’intellettuale, il regista, l’ideatore di centinaia di occasioni e di creazioni indimenticabili!
Quale aspetto è stato importante nella tua crescita di Prima ballerina?
Ballare il repertorio, certo, è stato importante ma, forse. . . ancora di piu, è stata significativa la mia capacità di rinnovarmi, di trovare nuovi personaggi da interpretare e proporre. Importante il decentramento che mi ha portato a danzare in paesi piccoli ed in teatri piccolissimi.
Come e perché, in alcuni spettacoli, e solo per merito di alcuni interpreti, nasce la magia?
Non è facile. Il pubblico avverte sempre quando un artista è autentico, è sincero, e dedicato fino in fondo... Soltanto, con queste condizioni, può nascere, nell’ interpretazione, la magia.
A dieci anni dalla morte di Rudolf Nureyev quali sono i ricordi più cari che hai di lui?
Tanti. Credo di essere stata la ballerina che ha danzato di più con lui. . . L’ ho conosciuto, a Londra, prima ancora che cominciasse a ballare con Margot Fonteyn. Rudolf è stato un grande ballerino e coreografo e anche una persona . . . molto difficile! Poteva anche essere terribile non a caso più volte, in scena, è stato scorretto con chi danzava con lui. Per me ha avuto sempre un grande rispetto, in scena sentiva la mia collaborazione, mi ha sempre riconosciuto una forza...
Da qualche anno, pur continuando a ballare, nominata direttrice del Ballo al Teatro dell’Opera di Roma, ti occupi anche di insegnamento...Che esperienza è per te?
Quanto ti interessa?
Quando ho cominciato questo nuovo lavoro non sapevo come sarebbe stato il ruolo e come l’avrei preso. . . Dopo tre anni di lavoro, so che mi piace. E’ interessante ed anche di responsabilità. Richiede molta attenzione, dedizione,partecipazione. Di abitudine e anche per carattere non mi distraggo facilmente, ma, nell’insegnamento, occorre essere particolarmente presente per anticipare, capire, ascoltare i problemi. Non bisogna lasciarsi andare ma rispettare l’ordine, l’autorità, le regole.
Peccato che...
Peccato...cosa?
Che la vita sia così breve e insostituibile!
Giuliana Gargiulo
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