Presepe: La grande fortuna del presepe nel Mezzogiorno e a Napoli, in particolare, esprime bene la cifra del Natale col suo carattere di pietà e di raccoglimento ma esso comporta anche implicazioni sociali e di costume. Una chiave di lettura dei presepi dei nostri tempi, quelli realizzati con intenti d’arte, che non sia meramente estetico-artistica, ci porta a fare considerazioni di ordine sociologico e antropologico perchè ci fa scoprire il presepe come documento di vita nelle sue componenti sociali che si esprimono in tutta la loro diversità, nei ruoli che ognuno ha e che sono evidenziati dalle diverse arti o mestieri esercitati. Riprendendo i modi della tradizione presepiale napoletana del ‘700, epoca che segna una svolta laica della sacra rappresentazione, gli scogli propongono scene di vita quotidiana, illustrando mestieri che nel tempo hanno subito ineluttabili modificazioni fino a quasi scomparire o a trasformarsi in altre attività similari, l’esistenza popolare e quotidiana tra le case e le strade, le botteghe di un paese immaginario dove non mancano riferimenti alla realtà locale e alle più antiche attività.
Con disinvolto anacronismo si proietta così il mondo della propria esperienza storica reale, tradendo l’indifferenza alla specificità della rappresentazione celebrativa col suo ufficio di rendimento di grazie, di esortazione etico-religiosa e di augurio.
Se la scena della Natività resta immutata nella sua funzione di centro ideale su cui convergono le varie scene sono queste ultime a presentare una variata diversità. C’è il frantoio per la produzione dell’olio con la pressa a mano, con orci e botti per contenere il dorato condimento mediterraneo; il mugnaio al mulino con le macine per il grano e il fornaio che inforna il pane nel forno a legna e tiene in bella mostra varie forme di pane che evocano antichi sapori perduti. Ci sono ancora esempi di mestieri scomparsi, inghiottiti dalla modernizzazione, o attività che si sono trasformate col tempo. L’arrotino, la venditrice di ortaggi con carretto, il fruttivendolo ambulante, il carrettiere con le sue botti da trasportare, il verduraio, il pescivendolo con le sue belle ceste colme di pesce fresco, il macellaio che sull’ingresso della bottega tiene appese le carni (maiale, coniglio, capretto, volatili) non solo per allettare ma anche per garantire il consumatore della bontà e della freschezza dei suoi prodotti. C’è l’acquaiola che va per le strade col suo carretto colmo d’orci, figura questa ormai scomparsa e che vive nel ricordo di chi ha conosciuto qualche acquaiolo che, fino agli anni ‘50, veniva dalle nostre parti a vendere l’acqua della Madonna di Castellammare di Stabia su un variopinto carretto.
Un particolare del presepeCi sono ancora la venditrice di castagne con fornace e attrezzi per cuocere invitanti e profumate caldarroste, il venditore di formaggi nelle tipiche forme del nostro antico prodotto che ancora oggi continua nella sua tradizione; c’è la cantina, con il contorno di tini e botti; ci sono tipiche osterie nella loro rustica semplicità, con una doviziosa esposizione di cibarie che invitano alle gioie della mensa e che ci rimandano alle trattorie delle nostre zone collinari. Sono scene vive, complesse, con i più precisi particolari, in cui ogni figura è ripresa nel pieno della sua attività, lavorativa o domestica. Ogni angolo è uno spaccato di vita vissuta in cui il limite tra invenzione e realtà diventa sottilissimo. C’è sempre qualcosa che fa parte della nostra terra, che richiama l’unicità dei luoghi e la tipicità del paesaggio. Pensiamo alla spiaggia con un pescatore intento a riparare le reti da pesca, accanto ad una barca. Oppure all’aranceto con pagliarelle così tradizionali, un tempo, delle nostre campagne; o le case a copertura a botte, una volta così diffuse nella tipologia abitativa della penisola sorrentina c’è l’antica porta di Sorrento che oggi rivive solo nelle pagine di qualche polveroso libro di storia locale.
Una particolare osservazione meritano poi gli abiti delle figure. Sontuosi, nella loro foggia settecentesca, gli abiti dei ricchi e della nobiltà; di dignitosa povertà quelli del contado per marcare quella differenza di classe, fondata sul censo, tra ricchi e poveri, tra nobili e plebei.
Tuttavia, per rispetto alle costumanze locali, i pastori di Sorrento sono vestiti con camicia di tela, panciotto di seta con bottoni di metallo, calzoni corti aderenti di raso verde. Alla vita portano una sciarpa di seta multicolore, calze bianche, scarpe scollate in pelle con fibbie di metallo e in testa il berretto. Lo stesso abbigliamento che ancora oggi si ritrova nei costumi dei danzatori della Tarantella Sorrentina! Necessariamente, molto è stato taciuto, parecchio sottinteso.
Certo il presepio si presenta come punto di partenza per osservare l’evoluzione della nostra società che dai modi propri del mondo agricolo-pastorale ha, via via, sperimentato quei passaggi e quelle trasformazioni che hanno portato alla moderna società industriale e che se hanno cancellato tratti che ancora oggi vagheggiamo come simboli di un’Arcadia perduta, hanno anche reso possibile una società più egalitaria e più giusta in tutte le sue articolazioni. Nel presepe c’è, quindi, l’uomo sempre più protagonista del suo destino nel mondo, erede, però, di quella rivoluzione etico-morale che inizia con la Natività, per cui alla società pagana subentrerà quella cristiana, cioè la nostra, che stiamo vivendo.
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