Il successo e la popolarità non hanno intaccato la sua paciosa disponibilità. A distanza di anni, autore tra i più venduti in Italia e all’estero, Luciano de Crescenzo è sempre gentilmente comunicativo, con gli stessi interrogativi di quando, nemmeno una ventina di anni fa, si interrogava sulla decisione di lasciare il suo lavoro di ingegnere per diventare scrittore. Da allora decine di titoli, premi, riconoscimenti, quattro film, trasmissioni televisive e una consacrata fama di divulgatore della sua materia prediletta, la filosofia. Affabulatore seducente di storie e storielle, Luciano De Crescenzo, a dispetto dei critici che tendono ad ignorarlo, continua a scavare tra miti, eroi e filosofi, sottolineando le sue scelte con sorriso dolce e occhi di cielo.
Quando hai cominciato a dedicarti alla filosofia?
E' stato come quando ci si innamora. L’ho incontrata per caso a Milano e da allora non ci siamo lasciati più. La filosofia ha cambiato il mio modo di vivere. A scuola non avevo avuto il tempo di apprezzare questa materia, tant’è che, scartato il Bignami, ripiegai su alcuni appunti ancora più sintetici.
Quanto serve o aiuta la filosofia?
La filosofia è indispensabile alla vita. Tremo al pensiero che in una futura trasformazione della scuola vogliano abolirla dall’insegnamento. La grande differenza che esiste tra la scuola italiana e quella americana è che, mentre gli americani mandano i loro figli a scuola pretendendo che imparino quello che studiano, noi italiani siamo sicuri che i nostri figli sapranno ben poco di materie «che non servono», come il latino, il greco, la filosofia. La verità è che in America resiste ancora lo spirito di frontiera per il quale un individuo deve saper fare qualcosa e bene.
Eppure in America la filosofia non è proprio al primo posto.
Purtroppo si studia soltanto nei college. Viene insegnata soltanto a coloro che a loro volta dovranno insegnarla. Secondo me, non studiare la filosofia è come rifiutarsi di apprendere che cos’è la scala dei valori. Una riprova di questa carenza culturale è la televisione. Assistiamo quotidianamente a programmi con protagonisti che inseguono falsi ideali. Nessuno che si interroghi mai sull’essere, sulla qualità della vita, o che si metta a confronto con traguardi più ampi, o viva il beneficio del dubbio.
Cosa pensi della televisione?
E' la più grande arma mai scoperta nella storia dell’umanità, molto più potente della bomba atomica, perché può modificare il modo di pensare delle persone. Ciascuno di noi, sia pure passivamente, vede almeno due ore al giorno di televisione, i bambini, abbandonati a se stessi, anche di più. Il giorno che qualcuno volesse plagiare un popolo non dovrebbe ricorrere alle armi, basterebbe che occupasse gli studi televisivi di Saxa Rubra. E' la voce di Dio... E pensare che la tv potrebbe essere usata per risolvere problemi difficilissimi, come la droga. A suo merito va detto che, senza dubbio, ha alzato il livello medio di vita del paese, non fosse altro che per la lingua!
Chi ha influenzato maggiornente la tua vita?
Più persone. Da un punto di vista editoriale una persona che ha inciso molto è stato Federico Fellini. L’ho conosciuto bene. Fin dal giorno che scoprì che mi alzavo alle cinque del mattino, ebbe una specie di illuminazione. Lui, di abitudine, si svegliava verso le quattro e mezzo e fino alle nove non sapeva mai cosa fare. Scoprirmi disponibile favorì la sua amicizia per me. Ci davamo appuntamento a Piazza di Spagna per incamminarci verso via del Babuino, e poiché Rosati e Canova in piazza del Popolo erano ancora chiusi, raggiungevamo un piccolo baretto per la prima colazione. Fellini, amico di un editore tedesco, gli disse che raccontavo la filosofia in modo semplice. Lo convinse a pubblicare i miei libri in Germania, dove ho sempre avuto più successo che in Italia, tanto da essere in più occasioni in testa alle classifiche di vendita.
Ti succede di pensare alla tua vita come divisa in due "epoche", prima e dopo il successo?
Francamente no. Penso di essere rimasto piuttosto uguale a come ero prima di diventare uno scrittore di successo. Sogno sempre che venga indetto un premio alla normalità, perché il successo è una bestia bruttissima che cambia le persone. Le fa diventare disumane e antipatiche. Se c’è una persona gentile e simpatica questa è Isabella Rossellini, che conosco bene da anni. Ma quando le mettono accanto quattro guardie del corpo, filtri e segretari, inevitabilmente la constringono a difendersi, con il risultato che si tappa in una stanza e non si fa viva per nessuno. Anni fa non era così: vivevamo tutti insieme. Oggi Roberto Benigni è agli arresti domiciliari, Renzo Arbore fa altrettanto... la vita è impossibile. Allora sì che dico che era meglio prima.
Eppure il successo l’hai insegito, voluto...
E' vero, ho lottato molto per averlo, ma non ne conoscevo il prezzo; però sto studiando il mezzo per ridurlo...
Che ricordi hai di Napoli, di quando ci vivevi da bambino?
Da piccolo sono vissuto in via Santa Lucia. La prima cosa che ho visto è stato il Vesuvio. Nel mio palazzo abitava un ragazzo alto e robusto che si chiamava Carlo Pedersoli, oggi Bud Spencer. Santa Lucia era allora come via Pal, e noi i suoi ragazzi, divisa in due parti: dal lato mare abitavamo noi signori e nella zona terra, quella confinante con il Pallonetto, i veri luciani, che all’epoca del Risanamento si erano visti privati della vista del mare per la costruzione di una fila di palazzi destinati ai ricchi. Per questo precedente, tra un lato e l’altro della strada nacque un’ostinata animosità che coinvolgeva Carlo e me. Noi andavamo alla Chiesa di Santa Lucia e loro in quella di Santa Maria della Catena, noi compravamo la frutta da Menichiello e loro da Mezalengua. Per attraversare la strada rischiavo ogni volta di prenderle dai fetienti, perché appartenevo ai signori. Fortunatamente mi avvalevo della protezione di Bud Spencer!! Poco tempo fa, ormai diventati vecchi, siamo andati insieme a visitare il nostro vecchio palazzo e siamo stati presi da una certa commozione.
E Napoli, ora, com’è o come sarà?
Che argomento complicato. Oggi tutti dedicano pagine a questa città divisa e contesa da detrattori ed amanti. Non è una città: è un insieme di città completamente diverse. Una cosa è Posillipo, un’altra è Rione Sanità. Sono aspetti diversi di un problema. Nessuno può arrogarsi il diritto di sostenere che la vera Napoli sia Secondigliano. E' egualmente vera quella di Roberto Murolo o di Roberto De Simone. Che dubbio c’è? Un tempo le differenze erano ancora più stridenti... Napoli in fondo non è cambiata. Per capirla un poco di più, per capire il Sud, il Mediterraneo, bisogna capire che Napoli è diversa per un concetto che si chiama agorà, la piazza. Ti faccio un esempio.
Tutti si sorprendono che tanti greci, da Aristotele a Socrate, da Tucidide ad Erodoto, da Fidia a Prassitele siano nati non solo tutti intorno al V secolo, ma anche a distanza di pochi chilometri.
Un po’ come il nostro Rinascimento o come i primi anni del secolo a Vienna, che hanno concentrato tanti geni con diverse inclinazioni. Qual’è la spiegazione? Si chiama risonanza creativa, che non è altro che l’influenza di un creativo su un altro, il fenomeno per cui le idee rimbalzano da uno ad un altro. L’umanità, grazie alla piazza, ha avuto momenti di grande prolificità. I napoletani, quando scendono in piazza, hanno due possibilità di percorso: agorazein ossia camminare un po’ qui, un po’ là, praticamente andando a zonzo, e agorazonta, stare fermi nella piazza, ma con l’orecchio teso ad ascoltare i discorsi altrui, cioè con l’orecchio appizzato.
A Milano, o in altre città, le persone camminano in fretta e sem-pre con un obiettivo preciso. A Napoli no. Per capire Napoli bisogna studiare.
Giuliana Gargiulo
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