LA REAL FABBRICA DI CARLO DI BORBONE 1743 - 1759
Napoli fu l’ultimo approdo della porcellana in Europa considerando la Manifattura del Buen Retiro a Madrid un’estensione dell’iniziativa napoletana promossa da Carlo di Borbone, o meglio parte del patrimonio che il sovrano volle con sé nel trasferimento sul trono di Spagna. Le vicende della fabbrica, strettamente connesse al programma assai ampio di fondazione di ulteriori manifatture, ebbe inizio nel 1740.
La città di Napoli, ricca di attività artistiche di respiro internazionale, si adegua con la manifattura della porcellana alle corti europee avanzate; una città priva, già da tempo, di commitenza reale e della presenza stabile di una competitiva aristocrazia, ma con un ceto intellettuale aggiornato in fatto di scienza sperimentale e desideroso di volgere in attivo le molteplici sollecitazioni e elaborazioni fornite dalla cultura internazionale.
L’arrivo di Carlo di Borbone a Napoli nel 1734, preceduto dalla ricognizione nei possedimenti e beni ereditati dalla madre Elisabetta Farnese, guidò a Napoli un buon numero di artisti, o meglio “artefici”, provenienti dall’area emiliana e toscana, con competenze differenziate e duttili, immediatamente convogliati in attività senza alcun precedente a Napoli.
Nel 1743, dopo tre anni di sperimentazione, si poteva dare l’avvio alla manifattura reale; la ricerca della parte essenziale e primaria, ovvero la pasta di porcellana, aveva raggiunto una sua reale applicazione; avevano concorso all’attuazione dell’impresa, sicuramente azzardata a quel tempo sebbene non priva di concreti ed illustri precedenti, quanti nel regno avevano cognizioni ceramiche. L’avvio alle ricerche dei materiali, argille, pietre e minerali, venne infatti preceduto dall’emanazione di un bando ai presidi del Regno affinché facessero confluire in città quanto potesse concorrere alla sperimentazione della pasta di porcellana. Le ricerche sui materiali e la sperimentazione furono però una costante a Capodimonte; ogni elemento teso al miglioramento dell’intero ciclo produttivo venne preso in considerazione: dalla legna per attivare i forni, ai minerali per i colori e per gli smalti; l’attività sperimentale ebbe termine solo con la chiusura della manifattura nel 1759.
Le tecniche di lavorazione, ovvero i processi produttivi, per quanto in parte esemplati sulla lavorazione della maiolica, si rendevano complesse soprattutto per le caratteristiche della pasta tenera che in cottura procurava incidenti determinando un notevole scarto. Il processo di lavorazione seguiva questa procedura: gli oggetti lavorati, sottoposti all’essiccamento, entravano nei forni e subivano una prima cottura, ovvero si otteneva il biscuit; successivamente venivano invetriati, cioè imbevuti in una vernice o smalto, generalmente piombifero, e nuovamente cotti. Questi passavano poi alla decorazione e nuovamente ricondotti nel forno a temperature più basse; questo tipo di decorazione è detta a “terzo fuoco”. A Capodimonte si produssero quasi esclusivamente oggetti decorati con questo sistema. L’oggetto miniato e colorito poteva ancora subire successive cotture per l’applicazione dell’oro o per l’applicazione di colori particolarmente delicati. A Capodimonte, per tutti gli anni della lavorazione, si assiste ad una crescente produttività realizzata anche attraverso la “serializzazione”; la manifattura borbonica non raggiunse mai livelli di produzione scadente, nella tecnica, nella qualità, ed originalità del disegno, come invece si ebbe a registrare in altre produzioni europee, nelle quali il passaggio dalla lavorazione artigianale a quella di serie comportò un appiattimento soprattutto nei temi figurativi.
Filippo Merola - Direttore del Museo Correale
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